Nella società dell’informazione segnata dalla legge Urbani la protezione dei diritti intellettuali assume un valore sempre più rilevante. Il paradigma di tutte le associazioni e le federazioni che tutelano la proprietà intellettuale è sempre stato rivolto a frenare ogni forma di innovazione che potesse trasformare i propri modelli di business. La catena del valore delle opere dell’ingegno nasce sicuramente dall’autore, passa attraverso i produttori, per la Siae, per le associazioni e le federazioni, fino alla rete di distribuzione. Tanto nel mondo del cinema, quanto nel mondo della musica e del software.
Il mondo del software presenta caratteristiche differenti rispetto agli altri contenuti protetti, perché può avere direttamente al suo interno dei sistemi per la registrazione dei prodotti, tali, in qualche misura, da contenere il numero degli utilizzatori illegali. I contenuti cinematografici e musicali sono per loro natura dati, nel senso più numerico del termine: in nessuna misura il loro contenuto rappresenta del codice eseguibile e quindi con grande difficoltà sono in grado di autotutelarsi attraverso sistemi propri. In questi casi sono i software e i dispositivi per la riproduzione dei film e della musica che possono introdurre sistemi per la protezione dei contenuti, rendendo fruibili soltanto quelli che presentano determinate caratteristiche (sistemi crittografici e DRM). L’introduzione di questi sistemi, nella maggior parte dei casi, è estremamente problematica, perché necessita di standard comuni a livello internazionale. Le differenti legislazioni, le diverse sensibilità dei Paesi di tutto il mondo, possono indurre i regolatori a tollerare o meno alcuni comportamenti, in ragione delle economie territoriali.
Il mondo del cinema, della musica e del software ha quindi delle ragioni a sostegno della battaglia per la protezione dei contenuti, perché ci sono delle reali difficoltà nel porre un freno agli usi illeciti delle reti “peer to peer”. Tuttavia, generalmente le associazioni che proteggono questi diritti assumono e hanno assunto atteggiamenti particolarmente conservativi, tentando di vietare fenomeni che nella loro complessità vanno invece governati.
La tecnologia può essere utilizzata a fini differenti. Il P2P non è ne buono ne cattivo. E’ un protocollo di trasmissione e basta. L’uso che ne fa l’uomo può essere legale o illegale, ma non è mai lo standard ad avere connotati etici.
Nel corso di questi anni ci sono stati tentativi di vietare l’uso del file sharing, tentativi che hanno invece rafforzato l’evoluzione dei protocolli informatici. Da Napster siamo passati a Gnutella, a eDonkey, a eMule e ora sta emergendo velocemente BitTorrent. Di sistemi per lo scambio di file ne sono nati molti, ciascuno ha fatto tesoro dell’esperienza dei predecessori e si è evoluto anche nell’ottica di sfuggire alla normativa vigente. Ma i veri assenti, in questi anni, sono stati i sistemi legali per la vendita dei contenuti. Solo il mondo del software ha sempre utilizzato la rete Internet per vendere i propri programmi. Per quanto riguarda la musica è solo un anno che sono disponibili brani acquistabili in rete. Contenuti audiovisivi sono ancora rarissimi da trovare attraverso reti di distribuzione legali.
Per troppo tempo il mondo della protezione dei diritti intellettuali ha guardato all’innovazione tecnologica come ad un processo da fermare. Sono state proposte imposte sul traffico dati e addirittura sui supporti per la registrazione, indipendentemente dai dati in transito o registrati. Questo atteggiamento conservativo ha danneggiato ancora di più titolari dei diritti che dovevano essere protetti, perché invece di governare un processo complesso in cui la distribuzione legale si sarebbe confrontata con quella illegale, si è abbandonata la rete agli usi illeciti. In un certo senso aver preso atto dell’impossibilità di governare un processo difficile, richiedendo l’imposizione di tasse sull’accesso e sui supporti ha quasi legalizzato il libero scambio dei contenuti protetti, che avrebbero pagato i diritti di proprietà attraverso altre strade (l’accesso e i supporti).
L’unica strada per ricondurre all’ordine il mercato dei diritti in Internet è far emergere un’offerta legale, offerta che presenti caratteristiche sempre di maggiore protezione. E questo necessita di un cambio di mentalità da parte del mondo dei diritti. Le prime offerte che stanno emergendo legate alla fruizione di contenuti musicali sono ancora complesse e non rispondono pienamente alla domanda degli utenti. Sono emerse piattaforme che non dialogano tra di loro, i file presentano formati proprietari che non si prestano alla riproduzione nei dispositivi più comunemente utilizzati o neanche alla masterizzazione, quando questa è consentita.
Un mercato che si basa sull’offerta legale e su un latente scambio illegale di contenuti, dovrebbe studiare forme di contrasto allo scambio di contenuti illeciti. Questi sistemi sono tutt’altro che complessi e in parte sono già reperibili. Alcuni si basano su azioni di disturbo destinate a sovraccaricare di lavoro i client chiedendo, ad esempio, attraverso indirizzi IP falsi e distribuiti la trasmissione di contenuti disponibili, oppure altri più sofisticati riescono a mescolarsi nelle reti stesse trasmettendo segmenti di contenuti richiesti, apparentemente identici, in realtà diversi.
Esistono soluzioni per contenere la pirateria informatica, ma bisogna confrontarsi con il mercato della rete, vendendo i contenuti. La mancanza di una offerta legale ha generato la pirateria. Ora occorre confrontarsi con la tecnologia, con il mercato esistente e lavorare con strumenti pro-attivi alla riduzione degli scambi illegali.